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Dumitru Găleșanu, Axiomele infinității, poeme  (Ed. Tracus Arte, București, 2017, pp.404) – Recensione di VITTORIO VERDUCCI (Italia)

Dumitru Gãleşanu è un interessante poeta romeno di cui già mi sono occupato, recensendone, anni addietro, la silloge Addéndum e segnalandone il non comune valore poetico. Nell’opera che si va a esaminare colpisce innanzitutto la configurazione che lui dà alle poesie: piramidale, romboidale, e di altre disposizioni geometriche che richiamano i calligrammi: un particolare aspetto di scrittura risalente ai poeti greci del periodo ellenistico (IVIII sec. a.C.), che poi ritroviamo nella poesia latina e nei periodi storici successivi fino ai nostri giorni, quando fu ripreso dal poeta francese Guillaume Apollinaire, dall’italiano Filippo Tommaso Marinetti e da altri poeti di diverse nazionalità. E non è una disposizione casuale, ma che rientra nellambito della poesia visiva, che il poeta realizza in stretto rapporto al contenuto di cui parla nellopera e la destina al lettore perché sia da lui ammirata o per trasmettergli una certa emozione oppure un sentimento o un’idea. E Gãleşanu si mostra in ciò maestro perché, come fa osservare lo scrittore e critico letterario Eugen Negrici nella sua Prefazione al testo, in lui “nulla è a caso ma, nel rispetto del numero delle sillabe, i versi sono sistemati secondo simmetrie che vanno studiate per poter decifrarne il significato. Perfezione formale, quindi, finalizzata alle idee da trasmettere: ragionamenti, pensieri, riflessioni filosofiche che non sono di facile individuazione, ma che occorre ricercare, essendo rivestiti i versi e le parole di una valenza fortemente metaforica e simbolica. Questa connotazione filosofica la troviamo fin dalla poesia dapertura della silloge, Archétype, essendo tale termine un concetto che da sempre, fin dal nascere, nel mondo greco antico, della riflessione filosofica, ha assillato e continua ad assillare la mente delluomo. Che cosè l’Archetipo? È il noûs, lintelligenza divina, il Demiurgo, il Motore Immobile, il Dio delle religioni, da cui tutte le cose hanno avuto origine; Archetipo” dice Gãleşanu è da trovare “in / una combinazione / insolita del senso, / svelando la topografia / dell’ignoto / di questo mondo, / al livello / esistenziale”. “L’immolazione / di pensiero e luci / attraverso il gioco diventa” continua Gãleşanu “eterna rivelazione del sé; / il miracolo della genesi delluniverso. Rivelazione del sé che è possibile solo intuire e non spiegare, perché rimane sempre un segreto in cui esclusivamente il poeta può entrare: un segreto cosmico in cui soltanto il poeta, come diceva Ungaretti, può arrivare per poi disperderlo nel mondo. Ma l’Archetipo non costituisce solo il punto di partenza, bensì anche quello di arrivo di una tormentata ricerca. Punto di partenza che è da vedere come ritorno, alla maniera socratica e anche agostiniana, nella coscienza, cosa che, come si può constatare nellopera, il poeta fa e allinterno della quale avverte quell arsura infinita che gli permette di superare la precarietà e la contingenza del tempo e dello spazio in cui il suo esistere è caduto e di involarsi verso la cosmica infinità dove, alla maniera leopardiana, sente che è dolce naufragare. Ma l’Archetipo, come fa notare Giuseppe Manitta nella postfazione al libro, è anche Amore: Amore che impregna di sé tutte le cose delluniverso e che, come lautore scrive in unaltra poesia, insidia luomo da quando lui è nato, suscitandogli laspirazione allinfinito immortale; l’Amore che, qual luminoso faro, indica alluomo la via per oltrepassare la finitudine dellesistere e condurlo a sé; l’Amore, mondo di autentica bellezza, di vita vera, che supera linconsistenza del Nulla e, inglobando luomo nella sua luce, si ricompone nella pienezza del Tutto.